Otto anni al fianco delle donne
Intervista con il presidente
“Il percorso verso il riconoscimento dell’endometriosi come malattia sociale è ancora in salita, ma sono certa che arriveremo presto in cima: otto anni di duro allenamento stanno portando i loro risultati!” – con voce commossa così Jacqueline Veit, Presidente dell’AIE, commenta l’inizio dei lavori della Commissione d’indagine conoscitiva sul fenomeno dell’endometriosi come malattia sociale. La redazione di “Endo News” ha incontrato Jacqueline per sapere le prime sensazioni dopo un risultato così significativo per noi donne affette da endometriosi.
Veit: “In questi otto anni al fianco delle donne affette da endometriosi (due anni con il sito personale, sei anni come Presidente AIE, n.d.r.) ho vissuto esperienze bellissime accanto a tante donne che hanno contattato l’AIE, che hanno chiesto il nostro aiuto, che hanno voluto condividere con noi le loro sofferenze. Ascoltare queste donne è la parte che ancora oggi sento come appartenermi più da vicino.”
EN: “Come riesci a conciliare le due anime: quella del Presidente e quella della donna affetta da endometriosi?”
Veit: “In realtà, non sono due anime, sono sempre io con tutte le mie esperienze. Ricordo con tenerezza tutte le donne che finora ho incontrato: siamo tutte donne affette da endo, non bisogna mai dimenticarlo. Anche se talvolta il ruolo del presidente richiede lo svolgimento di attività che apparentemente portano lontano dalla vita vissuta sul campo, il mio pensiero è fissato sulle donne. Sono loro le vere protagoniste di ogni iniziativa dell’Associazione che rappresento con orgoglio.”
EN: “In effetti, risultati come quelli cui stiamo assistendo lasciano ben sperare che finalmente non dovremo più sentirci dire ‘endo che?’.”
Veit: “Sì, finalmente l’endometriosi sta per diventare ‘famosa’, sta per uscire fuori dal buio che l’ha circondata finora.”
EN: “Immagino che il lavoro sia faticoso, perché gli impegni e le iniziative sono tantissimi. Mi sembra però che la tenacia e la determinazione non ti manchino!”
Veit: “In effetti possiamo contare su poche risorse sia economiche sia umane. Tuttavia credo fermamente in quello che faccio perciò nonostante le molte difficoltà che ogni giorno devo affrontare, non mi arrendo. Certamente, l’AIE non esaurisce tutti gli interessi della mia vita, ma ne è una parte molto importante. Del resto, la scelta di svolgere un’attività volontaria, non retribuita, con un ritmo lavorativo a tempo pieno, richiede una passione che può mantenersi viva soltanto avendo davvero a cuore il bene dell’AIE e cioè delle donne affette da endometriosi che ripongono in noi la loro fiducia per vedersi riconosciute come donne che soffrono.
Soltanto unendo le nostre forze potremo farcela, potremo ottenere risultati ‘storici’, come quelli che stiamo iniziando a vedere.
La nostra causa, il nostro movimento non riguarda soltanto noi. Riguarda il futuro delle nostre figlie, delle figlie delle nostre figlie e il mondo intero. La nostra causa non è una battaglia che può essere vinta individualmente. Cambiare attitudini vecchie di migliaia di anni, aiutare milioni di donne che fino ad oggi non hanno ancora trovato un nome da dare al loro dolore, prendendo posizione contro tabù ancora molto vivi e rivendicando i diritti di cittadine in situazione di svantaggio: per fare tutto questo ci vuole un’organizzazione unita e potente.”
EN: “Dalle tue parole così accalorate, si sente la passione che metti nelle cose che fai. Allora, se la domanda non è troppo indiscreta, da un punto di vista personale come vivi questi impegni congressuali di rappresentanza?”.
Veit: “A distanza di alcuni giorni dalla chiusura del secondo convegno di Roma, ciò che più mi commuove ancora adesso è la disponibilità dei medici presenti verso noi donne. Davvero stiamo diventando sempre di più partners del colloquio medico-paziente. Per carattere, non sono una persona che ama mettersi in mostra, ma il ruolo del presidente richiede esattamente questo: sapersi fare avanti per proporre con forza ai nostri interlocutori che noi donne affette da endometriosi ci siamo, siamo tante e vogliamo che la nostra voce si senta senza esitazioni. Quando presento la mia relazione ad un convegno sono sempre emozionata: l’esperienza mi ha insegnato a controllare le emozioni perché non compaiano all’esterno e il risultato sia più professionale, ma dentro di me i sentimenti sono tantissimi perché so che in quel momento sto prestando la mia voce e le mie energie alle migliaia di donne che hanno bisogno dell’AIE per vedere riconosciuti i loro diritti di donne malate.”
EN: “Se qualcuno volesse dare il proprio contributo all’AIE cosa può fare?”
Veit: “Può scriverci un’e-mail all’indirizzo info@endoassoc.it: siamo pronte ad ascoltare e a fare tesoro di ogni suggerimento che ci venga offerto. A chi ci pone delle domande viene data sempre risposta, compatibilmente con i limiti di tempo, a causa dei tanti impegni: del resto, ognuna di noi è una volontaria.”
EN: “Grazie per le tue parole e soprattutto auguri perché il tuo lavoro sia sempre di più quello di portavoce di noi donne affette da endometriosi verso i percorsi che contano.”
Riproduzione e traduzioni anche parziali vietate
ã 2002 - 2011 Associazione Italiana Endometriosi
mailto:info@endoassoc.it